Le due opere di Alberto Vettori si predispongono nelle due direzioni, orizzontale e verticale, che costituiscono le nostre guide per orientarci nello spazio. Il rimando delle strutture portanti alla perfezione del triangolo si mette in dialogo con una lastra rettangolare dove segni pittorici emergono in semi-trasparenza: la trasformazione della natura si ancora su questa matrice, mentre il variare della luce in accordo con il cielo gioca con i contrasti dei segni. La materia della natura diviene quindi protagonista: frammenti di foglie come presenze diversificate che si intrecciano e si modulano, cambiando di ruolo. La presenza del fiume si accorda con il tempo e le stagioni, la trasformazione rappresenta la legge di un territorio che non rimane mai uguale a se stesso.
L’essenzialità delle opere di Vettori – composizioni raffinate di disegni, vetro e materiale povero come la garza – sposa poeticamente il mutare delle stagioni, le visioni che variano nel tempo, il processo di metamorfosi che anche la terra vive. Come indicato dal titolo, il punto di osservazione non può, pertanto, restare fisso, frontale; piuttosto si innalza, seguendo la verticalità del triangolo, e poi si adagia, scegliendo l’orizzontalità rassicurante del rettangolo. Questi movimenti si accordano al ritmo della natura che sboccia e fiorisce, si inaridisce e poi scompare.
Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, negli anni tra il 1980 e il 1984 ha co-gestito a Parma il laboratorio-galleria Quadrato Trasparente, spazio espositivo e sperimentale dove ha coordinato personali e installazioni, tra cui l’intervento ambientale Cartoni (1981).
Nei primi anni Ottanta, la sua produzione pittorica include la serie dei titoli evocativi — Rilievi (1984), Approdo (1985), Esplorazione e Deposte (1987) — che suggeriscono un forte richiamo antropologico e memoriale.
Nel 1989, con la serie Confine, sperimenta una nuova tecnica in cui la tela (100×70 cm) definisce un limite visivo e i colori, applicati con spatola, graffiano lo spazio pittorico.
Negli anni Novanta, con l’uso di bitume e acido, emerge un gioco tonale dai contrasti intensi, simile alla pittura fiamminga: tra i titoli, Attesi (1990), Reticenze (1992), Imboscate, Paesaggi di confine e Libera/AZIONE (1993–1994), oltre a Soggettiva mente, Luogo di trasformazioni e Il cielo indifferente (1994–1995).
Successivamente, il percorso si fa spirituale con il ciclo delle Icone imperfette, atmosfere ocra, ramate e brune da meditazione devozionale. Il ciclo Rosa, rosae (2012) introduce la rosa come tema sospeso e atemporale, seguito dalle serie su carta Ora, Foglia, essenziali nel segno.
Prosegue con Mappe coincidenti e Codice naturalistico (2016–2018), carte preziose ripensate in relazione ai luoghi.
Negli anni recenti realizza interventi in spazi insoliti (fabbriche, castelli, sentieri, campi di lavanda): dal percorso Passaggi nel Prosciuttificio Galloni (2018), al “Sentiero d’Arte” inaugurato nel 2020 (di cui cura il progetto), fino alle installazioni in giardini storici e progetti come Erbario (2022) e Il mestiere dell’intellettuale (2025).


























